Presentazione

di Alessandro Squadrito

6' di lettura

Una storia, tante storie.

Ciao,
mi chiamo Alessandro e sarò la voce nella tua testa in questo percorso che hai deciso di affrontare. Tu, che probabilmente farai parte di quei venticinque lettori curiosi di sapere cosa scrivo nel grande mare del web.

Inciso: se non conosci la citazione fermati un secondo, cercala, è una parte fondamentale del tuo patrimonio culturale, è tatuata sul tuo corpo anche se non si vede.

Ma partiamo pure dall’inizio, o forse dalla fine.

Oggi sono un disegnatore di fumetti, a volte fumettista (quando scrivo anche la storia), a volte allievo, a volte insegnante, a volte nerd, a volte studioso.

In questa mia rubrica ho deciso di raccontare quello che per me è il fumetto inteso come medium, come opera dell’ingegno, come intrattenimento, come progetti personali e follie che incrociano la mia strada; non fermandomi al tecnicismo, ma cercando di trovarvi quella componente personale, intima, che un autore ha con la sua creazione.

Il fumetto per me è, innanzitutto, narrazione.

Narrare se stessi, un oggetto, un evento, una storia.

Will Eisner (1917-2005), più o meno il padre di tutto il fumetto moderno, lo ha definito arte sequenziale, puntando l’attenzione sul susseguirsi delle vignette per raccontare qualcosa.

In generale per narrare qualcosa, bisogna innanzitutto conoscerla; dunque, osservala con grande attenzione.

Ed eccomi che mi cito da solo:

 

“Per disegnare, per fare un fumetto partiamo con gli occhi,
continuiamo con lo stomaco (per le signorine con il cuore),
passiamo tutto al cervello e solo alla fine
usiamo la mano.“

 

Ovvero: decidendo di disegnare raccontiamo noi stessi, il nostro modo di vedere il reale, le nostre emozioni e i nostri pensieri; la mano è solo un mezzo per raccontare un nostro mondo interiore, fatto di altri tanti piccoli mondi, nell’universo dei sogni della nostra fantasia.

Una storia, tante storie.

Nei miei lavori racconto una storia (mia o di altri, non è importante), ma non sarà solo quella, sarà invece la somma delle mie esperienze, della mia vita, della ricerca che mi ha portato in quell’istante specifico a compiere quel determinato gesto (della mano), quel segno che racchiude in sé un’emozione, un pensiero, un ricordo.
Così piccoli mondi colmi di storie diventano più grandi, si uniscono e si fondono nel prossimo pianeta colorato d’inchiostro, che racconta chi siamo e dove vogliamo andare.
È per questo motivo che fare fumetto vuol dire pensare ogni singolo elemento (balloon, disegno, inquadratura, closure) in un unicum che racconta noi stessi a chi ci osserva.

E torniamo quindi a te e ai miei venticinque lettori:

Premesso che ritengo noiosissima una rubrica che ricalchi un manuale di fumetto per raccontarti il mio lavoro, penso invece che tu abbia bisogno della mia storia e di alcune splendide follie immaginifiche di cui sono solitamente preda quando mi ritrovo ad insegnare, e da cui un fumettista non può che trarre ispirazione per il proprio lavoro.

Un passo indietro, e poi sempre avanti.

Sin da che ho memoria, la mia attenzione è sempre stata catturata dal mondo del disegno e della grafica.
Ricordo quei segni sul settimanale “Topolino” che, incrociandosi e chiudendosi, mi trasportavano nel reame incantato di paperi e topi della porta accanto andando a creare delle storie in cui mi immergevo completamente…
Non tralasciavo il minimo dettaglio, ero capace di leggere lo stesso fumetto una decina di volte, solo per poter continuare a sognare.

Il mercoledì era il mio giorno preferito della settimana.

 

Topolino N. 2081

Copertina di Topolino del 1995, c’è altro da aggiungere?

 

Giorgio Cavazzano

Giorgio Cavazzano, uno dei più grandi maestri del fumetto italiano
e ovviamente fra i miei autori preferiti.

E poi i cartoni.

Il momento storico era incredibile: nei giorni della mia infanzia si assisteva alla seconda ondata di cartoni animati giapponesi sul mercato italiano, per cui si poteva trovare, spulciando fra le reti in TV, dai grandi classici di Go Nagai a cartoni più moderni all’epoca come Rayeart o The Slayers (in Italia Una porta socchiusa ai confini del sole e Gli incantesimi di Rina), ma potrei citarne molti, moltissimi altri.
Non è difficile capire come i miei eroi fossero a quel tempo fatti di pagine di carta.

Poi il tempo passò, e volli crescere.

“Un bambino grande non può certo stare a leggere Topolino” pensai. E regalai tutti i miei fumetti a figli più piccoli di amici dei miei genitori.
Avevo 12 anni, e fino ai 13 questa mia convinzione era molto, molto forte.

“I grandi NON leggono i giornalini, leggono i libri.”

E lessi un sacco di libri. Già ne leggevo tanti prima, figuriamoci dopo.
Internet praticamente non esisteva e i social network erano relegati alle distopie di Aldous Huxley e George Orwell.

Ovviamente non durò. Galeotta fu l’edicola!
Tornando dal tennis con la mia BMX, fra una sgommata e un’impennata, mi fermai per prendere le figurine panini. Ed eccolo lì, brillante alla luce del secondo pomeriggio, con la sua scritta satinata e i colori sgargianti, il fumetto che non conoscevo, alto, scuro e abbagliante, con un robot rosso e oro sul fronte.

Sembrava gridasse: “Comprami ragazzo, comprami!”

E lo feci.
Era La rinascita degli Eroi, Iron Man & I Vendicatori #7.
Adesso li chiamano Avengers.

Mi si aprì davanti agli occhi un universo tutto nuovo, meraviglioso, dove eroi complessi e reali volavano, sparavano raggi e prendevano a botte i cattivi. Wow!
Era il mio secondo incontro con il fumetto. Un fumetto completamente diverso.
Le mie paghette ne risentirono fortemente, ma ero incredibilmente felice.
Saluti e baci a caramelle e calciatori, e benvenuti a Cap, Tony, Thor ma anche a Son Goku, Arus, Dai, e altri mille eroi giapponesi del fiorente mercato dei manga in crescita.

 

Iron Man

Il fumetto incriminato, proprio nella versione italiana.

 

Avenges Heroes Reborn

Ecco come si presentava la grafica interna, assolutamente rivoluzionaria per il tempo.

Ovviamente sono tanti gli eventi che mi hanno portato a decidere di fare del fumetto la mia ragione di vita (e vivere per esso) ma ti ho raccontato questo perché nei miei lavori, sia nel modo in cui vedo le sequenze delle immagini e sia per come racconto le storie, ho queste influenze primarie, quasi primordiali, da cui il mio ragionamento grafico non può prescindere.

E proprio perché sono così influenzato dalla mia giovinezza che faccio un salto in avanti nel tempo (di cui parlavo prima) e arrivo ad oggi.

Nel momento in cui scrivo queste righe e ripercorro mentalmente i miei trent’anni di vita, non posso fare a meno di pensare quanto il candore e l’ingenuità di quei momenti siano tra i motivi principali per cui ho deciso di trasmettere ai bambini le mie conoscenze di disegno e fumetto.

Infatti una parte consistente della mia vita si svolge insegnando.

Non posso di certo fregiarmi del titolo d’insegnante senza provare un brivido freddo lungo la schiena: non per mancanza di capacità (che evidentemente mi è riconosciuta), ma per una sorta di senso d’inadeguatezza che costantemente mi porto dietro, lo stesso che mi spinge a cercare di raccontare storie di reami incantati e universi incredibili.
Negli ultimi anni infatti svolgo progetti Fumetto nelle scuole elementari e insegno in associazioni d’arte della mia città.
Potendomi così confrontare con i soggetti più ricchi di immaginazione del mondo, sono stato circondato da follie geniali, assolutamente fuori dagli schemi, pregne di domande esistenziali affrontate con quel candore di cui parlavo prima che solo l’innocenza è in grado di regalare.

Una situazione che per un fumettista professionista è paragonabile a Pasqua tutto l’anno.
E di cui volta-volta voglio renderti partecipe.

Come?
Raccontandoti di:

“XOLOT e la Guerra dei due Mondi”

 

Copertina

Sarà un fumetto realizzato per web (il classico webcomics, anche se stavolta uso l’italiano) ma in larga parte influenzato dal genio dei piccoli.

Una storia, che comincerò a narrarti dal prossimo articolo.

 

Excelsior!

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