IO, SCRITTORE. (prima parte)

di Alberto Petrosino

9' di lettura

Una delle tipiche domande che vengono poste ad uno scrittore è il classico (e decisamente abusato) perché hai cominciato a scrivere?

Ecco… io non ne ho la più pallida idea, e di certo una qualsiasi risposta risulterebbe banale.

È come voler individuare, in un palazzo ancora in costruzione, il primo mattone posto chissà quanto in profondità nelle sue fondamenta. Difficile, se esso non è stato segnato in qualche modo all’inizio della messa in opera.

Io non ricordo né quando né perché mi son messo in testa di scrivere… che poi, a volerla dire tutta, che vuol dire “scrivere”? Questa sì che sarebbe una buona domanda da porre ad uno scrittore (ma adesso rischio di darmi la zappa sui piedi, perché avrei il terrore di riuscire a relegare ad una semplice risposta ciò che faccio quando mi siedo davanti ad un foglio o una tastiera, quindi facciamo finta che io non abbia mai tirato fuori l’argomento).

Comunque, per non divagare oltre, posso affermare che non so perché ho iniziato a scrivere, ma so benissimo il perché ho continuato… Magari non sono in grado di individuare quel primo mattone di cui parlavamo poco sopra, la pietra angolare del mio personale palazzo di sogni, ma sono consapevole che attorno ad esso sono state gettate solide fondamenta in grado di sorreggere tutto l’ambaradan.

 

Sono queste, credo, che mi spingono a scrivere.

 

Chiamatele capisaldi, chiamatele presupposti, chiamatele sussurri… un po’ come il concetto del “che vuol dire scrivere” (e ridagli con la zappa), penso che anche queste beneamate fondamenta siano un territorio meritevole d’essere esplorato a fondo. Fanno parte di me: del mio voler raccontare, del mio desiderare essere letto, del mio inconscio bisogno di scoprire cosa c’è al di là del prossimo pensiero e del tentativo di trasformare quel mistero in una storia.

 

Tempo fa qualcuno mi chiese: “perché scrivi?”

 

Provai a replicare, allora, ma devo ammettere che la risposta che formulai rappresentava un’astrazione molto più complessa della semplice frase ad effetto.  Dissi che scrivevo per vivere nuovi sogni, poiché quelli degli altri a volte non bastavano. Lì per lì diedi un significato chiaro alle mie parole, ma pian piano mi resi conto c’era dell’altro. Un universo di cui ancora non conoscevo i confini

 

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Torniamo però alle fondamenta accennate poco fa, se no rischiamo di perderci. Capisaldi, presupposti, sussurri… sogni. Ecco, sì, per un attimo proviamo a chiamare ‘ste benedette fondamenta “sogni”, e fingiamo che la loro effimera realtà possa essere imbrigliata, per questa volta, ad un preciso evento temporale.

Forse sarà più facile per me tradurre in parole una delle tante sensazioni che donano impulso ai miei pensieri.

Perché continuo a scrivere? Per molti motivi… ma anche perché una volta ho sognato di poter diventare uno scrittore, e la cosa mi è piaciuta.

Sì, lo so, questo vuol dire poco o niente… ma lasciate che vi racconti come è andata.

 

Marzo 2011 — primo incontro

Tutto è cominciato un’anonima mattina di inizio marzo, a Firenze.

Una compagna d’università mi aveva parlato di un fantomatico “corso di scrittura creativa” che si sarebbe tenuto nelle aule della facoltà di Psicologia proprio quel giorno. La cosa sembrava interessante e, nonostante non avessi la minima idea di ciò che mi sarei trovato ad affrontare, decisi che alzarsi presto una volta ogni tanto non mi avrebbe certo fatto male.

Ricordo la stanza riecheggiare delle voci sussurrate dei suoi occupanti. Eravamo circa una trentina o poco più, seduti uno di fianco all’altro in attesa che la lezione cominciasse.

Non conoscevo quasi nessuno, solo un paio di ragazze e un ragazzo che seguivano altri corsi assieme a me.

A quanto avevo capito il “corso di scrittura creativa” prevedeva l’incontro con una famosa scrittrice di romanzi fantasy per bambini e qualche esercitazione di cui, però, non avevo ancora afferrato il significato.

Fatto sta che dopo qualche minuto si presentò al nostro cospetto, accompagnata dal professore che aveva organizzato il tutto, una donna vestita di scuro, dai lunghi capelli neri lisci come seta. Pochi secondi di silenzio, intramezzati da lievi mormorii e sguardi curiosi nell’attesa che la signora si presentasse.

Disse di chiamarsi Moony Witcher, pseudonimo di un nome che avrebbe richiamato alla memoria tristi articoli di cronaca nera vergati con crudo realismo sulle pagine dei maggiori quotidiani italiani.

 

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Moony Witcher

Disse che la creatività è un flusso che ha la sua sorgente nella nostra anima: qualcosa di timido e danzante situato al limitare della nostra percezione, come quelle ombre che, di tanto in tanto, catturano distrattamente l’attenzione, facendoci voltare di colpo lo sguardo là dove in realtà non vi è niente.

Disse che solo alcune persone riuscivano a trasformare questo «niente» in sogni

Ecco, forse queste non furono le sue esatte parole, ma tale concetto da quel giorno cominciò a germogliare dentro di me: proprio come il minuscolo filo d’erba che Moony Witcher aveva preso a esempio per descrivere la capacità di uno scrittore di creare un romanzo da pochi, piccoli elementi.

 

Parlò ancora qualche minuto illustrandoci la sua vita, la sua giovinezza e il suo mondo.

Poi propose un esercizio, per conoscerci attraverso lettere d’inchiostro.

Ci chiese di scrivere “Chi eravamo”, invitandoci a raccontare noi stessi in poche righe.
Quel piccolo filo d’erba, di cui aveva appena parlato, continuava ad albergare al limitare dei miei sensi.

Scrissi senza pensare, senza riflettere, facendo scivolare ricordi, sogni e visioni su un foglio bianco senza vita.

 

“Mia cara” mi dissi, “ci vorranno ben più di sessanta righe per conoscermi…”.

 

Quando l’ultima penna stillò il punto finale alle nostre testimonianze, Moony ci invitò, a turno, a leggere ad alta voce ciò che avevamo appena prodotto.

Qualche mormorio di protesta fece da preludio a un qualcosa di strano, difficile da comprendere, quasi magico. Uno dopo l’altro i miei compagni leggevano la loro vita tradotta in frasi di carta.

Si presentavano con un nome, un’età, un passato triste o felice, un presente avvolto in luci e ombre e un futuro colmo di speranze. Ad alcuni tremava la voce nel ricordare ciò che era stato, altri lasciavano scivolare il tutto come fosse una storia ormai familiare.

Al termine di ogni racconto Moony riusciva a vedere tra le righe non scritte di ciò che era stato appena letto. Scavava tra quei ricordi facendo affiorare verità celate o timidi desideri ancora racchiusi nella penna di quanti avevano narrato la propria vita.

Un qualcosa di strano, magico per l’appunto.

 

Poi toccò a me.

 

«Verde speranza…» esordii a voce alta, cercando di nascondere l’imbarazzo.

«Verde Speranza?» mi fece eco lei interrompendomi. «Cioè, ragazzo, tu ti chiami Verde Speranza?» domandò.

Arrossii avvertendo gli occhi di tutti fissi su di me. «No» sussurrai, «mi faccia leggere per favore…».

Mi guardò incuriosita, in silenzio, e io continuai.

 

«Verde speranza: mentre la scrittrice raccontava la sua storia, la mia mente vagava alla ricerca di immagini degne a rappresentarla. La sfida di creare un romanzo prendendo come spunto un unico filo d’erba mi ha mostrato l’illusione di un mondo spettrale. Terra brulla, squassata da terremoti e spazzata da venti radioattivi testimoni di morte. Quella stessa morte che il genere umano ha scatenato nel corso della grande guerra nucleare. E ora, mentre i mortali si nascondono in pallide fortezze grigie, cibandosi con pillole di cibo artificiale nella vana speranza di scampare alla furia della natura che essi stessi hanno scatenato, un unico filo d’erba si erge coraggioso a testimonianza di un passato ormai scomparso.

Ultima vestigia di ciò che fu prima che l’idiozia dell’uomo cancellasse ogni forma di vita. Immaginare questo piccolo filo d’erba, e il significato racchiuso nel suo “essere unico”, mi ha fatto pensare a un titolo per questo ipotetico romanzo, sperando che tale idea resti per sempre nel mio cassetto dei sogni, senza tramutarsi in triste realtà dati i tempi che corrono.

Verde speranza…».

 

Scrissi altro nel testo in questione, raccontai di me narrando di un passato e di un presente, come avevano fatto tutti, ma in realtà queste furono le prime parole che usai per presentare “chi ero”.

E, forse, furono proprio tali frasi a dar vita al nostro vero incontro.

Moony restò zitta alcuni istanti, riflettendo, poi mi disse che avrei dovuto scrivere.
Non si addentrò nei meandri della mia vita come aveva fatto con gli altri.

Disse solo quella semplice verità e passò a una nuova persona.

A un’altra testimonianza.

A un’altra vita.

Ero felice.

 

Marzo 2011 — secondo incontro

La seconda lezione del corso prevedeva la lettura e il commento di alcuni brani, scelti per meditare su come l’osservazione e la riflessione possano favorire l’associazione di idee in un potenziale scrittore. A seguire sarebbe stata svolta un’altra esercitazione, simile a quella precedente.

La mattina mi presentai a lezione già iniziata, sicuramente a causa di un qualche contrattempo elaborato dalla mia natura di ritardatario cronico.

Nei giorni che avevano fatto da interludio a quel secondo incontro mi ero impegnato a inviare a Moony alcuni brani tratti da un similromanzo che stavo provando a scrivere. Mi aveva risposto per e–mail, assicurandomi che li avrebbe letti e commentati. Ritenevo che ogni più piccola critica, ogni minimo consiglio sarebbero stati un importante spunto di crescita.

Come ho già detto quel giorno arrivai in ritardo, trovando tutti i ragazzi già seduti ai loro posti e la scrittrice intenta a dialogare con loro. Quando entrai mi salutò sorridendo: «Ah eccoti qui, pensavo non saresti venuto» disse, «ascolta, ho letto quello che hai scritto. Mi piace. Davvero! Hai uno stile un pochino barocco. Ritengo che nel tuo modo di descrivere le cose ci sia un qualcosa di raro. Di non comune. Riesci a far visualizzare nella mente del lettore la scena. Ho deciso di inviare queste cose a un editor, per fargliele valutare. Magari ne viene fuori qualcosa…».

Rimasi di sasso, fermo come una statua, immobile davanti a tutti. Ringraziai balbettando, sedendomi al mio posto, ancora incredulo per ciò che avevo appena ascoltato.

Moony cominciò la propria lezione ma io non ascoltavo le sue parole. La mente già volava verso strani mondi che avrei voluto descrivere. Nuove storie da raccontare. Personaggi non ancora nati, pronti a vivere nelle mie avventure.

Il tempo trascorse senza che io potessi accorgermene, fino a quando Moony ci propose una nuova esercitazione. Questa volta avevamo il compito di elaborare una lettera. La prova era tesa a esplicitare le nostre capacità di espressione caratteriale e sentimentale. La missiva doveva essere indirizzata a un amico o a un nemico, a un parente o a un amore. Decisi di scrivere proprio a quest’ultimo, immaginando di essere un cuore infranto nel tentativo di riconquistare con dolci parole la donna dei miei sogni.

La lezione finì prima del previsto, o forse fu la mia passione a far scorrere così velocemente secondi, minuti e ore. Moony ci lasciò con un “compito per casa”: avremmo dovuto creare una storia prendendo spunto da un incipit fornitoci precedentemente.

 

Continua…

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