LUCCA Comics & Games 2016 (seconda parte)

di Marco Indraccolo

7' di lettura

L’Upside Down della fiera

 

In realtà è l’altra faccia della medaglia la prima espressione che mi viene in mente, ma da quando ho visto Stranger Things (scoppiata in un giorno!) l’associazione mentale è talmente potente ed immediata che in un futuro prossimo la sostituirà completamente.

In un’ipotetica riunione di lavoro, di fronte a colleghi e clienti, dirò:

«…nonostante i benefici derivanti dalle deformazioni plastiche, nell’UPSIDE DOWN la pallinatura risulta comunque un trattamento speciale aggiuntivo in termini di costi e tempi…»

 

Cazzate a parte, c’è davvero un’altra storia da raccontare.
Una serie di eventi e decisioni che parallelamente, in simbiosi, sono scorsi a ciò che ho già raccontato, come le ombre del treno in corsa in cui mi trovo mentre scrivo questo articolo.

Adesso girerò attorno ad una questione, per poi centrarne il punto.
Tenete a mente la parola treno.

La sfida che percepisco quando approccio la scrittura è quella di riuscire ad esprimere qualcosa lasciando un segno di me stesso, come una firma o una sorta di invisibile calligrafia digitale. Provo con impegno a raccontare con una mia propria voce, che come avrete notato (spero) è fatta di citazioni, espressioni e aneddoti di quel che mi circonda e tange.
Un tentativo che penso sia al centro del viaggio artistico di ogni autore, a prescindere dal mezzo di comunicazione; parole… segni… colore (e molto altro).

Purtroppo però il mondo del Fumetto si trova in un limbo, a cavallo tra il Piano Materiale (dominato dal soldo) e il Reame del Sogno (la terra dove hanno la testa gli artisti) (GDR Rulez).
Quando ci riferiamo all’Arte nella sua accezione più classica, diventa rilevante scoprire la storia e la natura della mano e della mente che si annida dietro a un’opera, per comprendere le influenze e le concomitanze che hanno portato alla sua creazione.

Ecco, nel girone infernale dell’editoria a fumetti tutto ciò non ha grande rilevanza, nonostante sia la nona Arte. L’unica speranza di un autore è di trasmettere un’unicità, tale da poter emergere per un istante dall’Acheronte e sperare che qualcuno noti quel guizzo, quel lampo, nella vastità caotica del mare in tempesta.

Dalle pagine di fumetto un lettore non scoprirà mai come quell’opera ha visto la luce né, per la tendenza superficiale odierna del Piano Materiale (in cui anche io sguazzo), riuscirà ad approfondire o ricercare nozioni sulla vita dell’autore. Andrà tutto dimenticato, o relegato ad essere note a margine con lo stesso peso delle LORE di un MMORPG power-player (trad: informazioni che non si caga nessuno).

Aumentando di uno l’ordine di grandezza (ahimè troppi anni di matematica):

 

“Ci piacciono le copertine ma non ci interessa il contenuto”

 

“Acquistiamo un prodotto (un comic nel caso) senza sapere cosa ci sia dietro, nelle sue ombre”

 

È come se di un viaggio in treno non avessero alcuna rilevanza la partenza ed il viaggio stesso, ma solo la stazione di arrivo.
Anzi, nemmeno!
L’unica cosa importante è l’esser sceso da quel treno bastardo.

 

Vallo a raccontare a Trenitalia!

 

Chiuso questo cerchio, probabilmente mal riuscito (forse era meglio se facevo una spirale), torno al Lucca Comics.
Per me è stato un viaggio molto lungo, ma mai tanto quanto per gli altri ragazzi.
E non voglio che finisca nell’oblio.

Se vale la legge che dietro a un successo c’è un grande lavoro (condizione necessaria ma non sufficiente), allora tale condizione a mio avviso è ampiamente soddisfatta.

In quella famosa riunione, in un bar sperduto a Pontedera, rimandare ogni considerazione su Onirica a novembre, dopo la fiera, poteva essere una soluzione valida.
Fermarsi nella produzione; congelare il progetto fino a quando non avessimo fatto luce sui dubbi emersi in sede di autoanalisi.
Sarebbe stato comunque un atteggiamento positivo, da non biasimare vista la pugnalata del contest che ci aveva messo in ginocchio.

 

Ma non ci bastava.

 

Non dopo che Alberto ci raccontò la prima bozza di sinossi.
Non con quel senso di rivalsa che ognuno di noi provava, scherzando con battute del tipo “La vendetta è un piatto che va servito freddo” ma immaginandosi segretamente scene alla Kill Bill!

Era palese quanto fosse importante come palcoscenico Lucca e non volevamo rimanere dietro le quinte a causa del fallimento al concorso.
Quell’anno saremmo andati in scena anche noi; anche solo per una piccola parte, una comparsa, una meteora che sarebbe bruciata nell’atmosfera e che probabilmente non avrebbe mai toccato il suolo.
Perché poi l’alternativa era attendere un anno, un arco temporale perfetto per far subentrare problemi, impegni, imprevisti, cazzi e mazzi!

Necessitavamo del cosiddetto Piano B (o mossa Kansas City per i più intrepidi), strategia che vado a raccontare.

Non si trattava altro che:

  • completare alcuni lavori in corso;
  • prendere il progetto;
  • portarlo dal parrucchiere, tagliuzzando in qua e là il superfluo;
  • agghindarlo e infiocchetarlo al meglio;
  • provarlo a vendere.

In poche parole, MARKETING.

 

Domanda: Come affrontare tale questione?

Risposta: In modo funzionale! (Ovviamente)

 

Vuole dire soddisfare le esigenze. Progettare qualcosa sulla base delle necessità. E di conseguenza definire come prima cosa, in modo chiaro ed esplicito, gli obiettivi. (#projectmanagement #ISO9001:2015)

 

Quali erano dunque le nostre esigenze?

Risposta 1: Catturare l’attenzione di un editor o di un editore in modo rapido, semplice e veloce.

Questo perché nel caos della fiera ricevere attenzioni può essere complicato. Le suddette figure professionali sono piuttosto impegnate, tra lo stand e i loro incontri, e probabilmente non hanno tempo (o voglia) di stare a sentire sconosciuti.

Quindi, ZAC!

 

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*Broooooo-chuuu-ree!*
(mentre scrivevo lo urlavo nella mia testa alla LEEROY JENKINS)

 

Comunque…

Brochure perché offriva più spazio di un biglietto da visita, che ci era necessario per mettere qualche immagine “ad effetto”.
Tale soluzione permetteva con un foglio simil A4 di presentare sinteticamente il progetto, a basso costo, svolgendo la stessa funzione di un biglietto da visita, risultando fruibile e di facile trasporto sia per noi che per i destinatari.

 

Risposta 2: Qualora avessimo avuto la possibilità di esporre il progetto, avere del materiale adeguato.

La nostra fu una duplice scelta: presentazione visiva + presentazione verbale.
La prima si traduce facilmente con il termine Portfolio.
Un argomento scontato ma spinoso, che rimando momentaneamente al futuro (dopo che avrò parlato anche di TIPOGRAFIA).

La seconda non è altro che un mix di organizzazione e preveggenza (scherzo).
Immaginare quali domande potevano porci, studiare a tavolino le risposte e definire chi, del gruppo, avrebbe dovuto esporle.
Un quadro che doveva trasmettere, all’atto pratico, preparazione e professionalità.
Logicamente, a rispondere sarebbe stata la persona più pertinente alla domanda: io per le questioni di progetto, Alberto per le domande di sceneggiatura e così via…

Era sufficiente come materiale per il marketing?

 

Risposta 3: No. C’era anche da assicurarsi che a chi fosse interessato il progetto (grazie alla brochure), ma non avesse avuto tempo per l’esposizione (portfolio + colloquio), rimanesse in mente Onirica.

Potevamo usare i mezzi tradizionali consigliati e consigliatici, ovvero inviare tutto il materiale elettronicamente per posta, ma non volevamo lasciare niente al caso.

Per questo pensammo alle Folder.

 

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Cartelline contenenti un estratto del portfolio, dove tutto il materiale era in scala 1:1 con le dimensioni del progetto.
Un modo per dare la possibilità di valutare il nostro lavoro con calma, anche in seguito alla fiera, ma con tempestività.

 

“Battere il ferro finché è caldo”

 

Beh, ci provammo fin da subito, perché la pianificazione fatta (di cui avete adesso un quadro completo) richiedeva di farsi un mazzo tanto.
Avevamo meno di un mese per prepararci alla fiera, ma le idee erano chiare.
A testa bassa, lavorando, andammo così, rapidamente, incontro all’evento fatidico.

E tutto fu pronto, come deciso, per il primo giorno di fiera.

Potevamo giocarci le nostre carte.

Dopo tutta questa solfa è giusto e corretto che risponda alla domanda che, con grande probabilità, vi starete ponendo.

 

“Ma alla fine, ciò che avete fatto, è servito a qualcosa?”

“Avete lanciato Onirica?”

 

NO.
Purtroppo il nostro progetto ancora non ha visto la luce. Nessuno ha ancora voluto credere in noi e in ciò che abbiamo da dire.

Vi voglio chiedere io però una cosa…

 

Dunque anche voi guardate solo ai risultati?

Quel che facciamo acquisisce un valore economico
ed è degno di considerazione solo nel momento in cui diviene realtà?

 

Io non la penso così.
Voglio dare importanza a questo viaggio, e se Onirica è ancora un progetto vuole dire che non abbiamo raggiunto la nostra stazione.

Ma ogni passo che facciamo è importante.

Infatti, tutto il lavoro che vi ho descritto in questo articolo è servito a farci mettere il primo piede nel mondo dell’editoria.
Ci ha permesso di confrontarci, conoscere nuove realtà e nuove persone, e soprattutto instaurare dei primi, importanti, contatti con editor e editori, che ancor oggi portiamo avanti.

È stato lo slancio che ci ha portato verso la ridefinizione dell’intero progetto, verso I Misteri di Onirica versione 2.0.

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