LUCCA Comics & Games 2016 (prima parte)

di Marco Indraccolo

8' di lettura

Project Contest: fallimento e delusione

 

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Come si può intuire dal titolo, il concorso non fu per noi un successo.
Anzi, fu tutt’altro: la prima battuta di arresto.

Dopo aver superato a fatica la deadline del bando di concorso, tirammo tutti un gran respiro.
Soddisfatti della produzione e del dinamismo dimostrati nel risolvere gli imprevisti (mortacci nostri!) ci demmo per circa una settimana alla macchia.
Senza ombra di dubbio era stato un periodo stressante e c’era bisogno di ricaricare le pile della pazienza.
C’era anche, però, da realizzare quanto avevamo appena fatto: ci eravamo davvero iscritti al contest, ed era inevitabile che l’Hype (dal dizionario urbano: eccitazione mista ad ansia, c’ho le smanie) salisse col trascorrere dei giorni.

Non nascondo che ero senza ombra di dubbio quello più su di giri del gruppo. Se c’era un bicchiere questo doveva essere nemmeno mezzo pieno, bensì dannatamente stracolmo.
(Assaporavo già i giorni di gloria fatti di acclamazioni e riconoscimenti).

Anche Alessandro e Marco erano abbastanza euforici, l’uno per la prima possibilità professionale all’orizzonte, l’altro per il suo spontaneo entusiasmo artistico.

Come sempre, del resto, Alberto ostentava il suo naturale scetticismo cosmico (è tipo Galactus, anziché divorare i mondi si sazia con l’ottimismo altrui).
(In realtà ci costringe sempre ad un bagno di umiltà, che non fa mai male).
E fu proprio lui a riportarmi alla realtà, facendomi precipitare dai miei sogni ad occhi aperti con un semplice messaggio.

Dopo settimane di attesa (e di stalking via mail e Facebook agli organizzatori dell’evento) erano usciti i finalisti.

I Misteri di Onirica non era tra i 15 progetti selezionati.

 

*SBAM*

 

Uno schiaffo morale a cui non eravamo preparati. Poteva finire tutto lì… Onirica, il progetto, il team…

Con orgoglio però posso dire che una delle principali capacità che abbiamo (o che ci sforziamo di ottenere) è la professionalità.
Nel caso specifico, anziché inveire contro la giuria o tra di noi o semplicemente mollare tutto, reagimmo. O meglio, incassammo il colpo.

Come?

Subito riunione.
E autocritica: fondamentale per estromettere la soggettività dall’oggettività.
Uno alla volta provammo a rispondere alla fatidica domanda: che cosa abbiamo sbagliato?

Venne fuori una lista bella lunga, fatta di mancanze individuali (tecniche e non) e ritardi organizzativi.

Quello che però emerse fu la scarsità di informazioni/esperienze relative al concorso, essenziali per avere un metro di giudizio attraverso il quale pesare il nostro lavoro.

Necessitavamo un feedback, sia dal concorso stesso, sia dal mercato.
Tutti gli elementi individuati in quell’analisi erano sempre e comunque frutto di nostre riflessioni, e rimanevano dunque affiancate da un grosso punto interrogativo: “Ha senso? È giusto?”

Dovevamo aprirci per ricercare un parere esterno e la decisione comune fu quella più semplice e a portata di mano, ovvero andare a vedere la finale del Project Contest.

 

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Il 28 ottobre noi eravamo presenti.

Nel mio immaginario l’evento si sarebbe svolto in una sala conferenze, con videoproiettori, folla e luci.
Tutt’altro.
In una piccola chiesa, con un tavolo e un paio di dozzine di sedie. I presenti erano per lo più i finalisti con i relativi amici/parenti stretti.
Tipo l’esame di maturità. O forse quello di terza media.

Bello il Lucca Comics… con tutti gli ospiti internazionali, infiniti stand sparsi per la città, milioni di visitatori…

Non vorrei fare critica, ma non posso resistere dal porre una domanda:

 

«Vista la vetrina che il Contest rappresenta a livello nazionale,
sia per lo scenario del fumetto e sia per gli autori emergenti,
la Finale non poteva essere organizzata e pubblicizzata un pochinino meglio

 

(FINE CRITICA)
(solo e sempre costruttiva eh…)

 

Tornando all’evento.
Le discussioni dei progetti finalisti furono davvero interessanti.
Già in quel contesto comprendemmo alcune cose come:

  • NO, quasi sicuramente la quantità di materiale che avevamo presentato al concorso non era sufficiente.

Avevamo rispettato i quantitativi minimi (tavole, documenti, etc…) previsti dal bando, ma non può esistere una quantità fissa di materiale per presentare un’idea. Dipende dall’idea!

I Misteri di Onirica, oltre a raccontare una storia, racconta anche un mondo (ambientazione, per gli addetti ai lavori), e di certo 10 tavole in croce non sono sufficienti.

“Non prendermi sulla parola eh, ma è come se George Lucas volesse presentare Guerre Stellari con qualche tavola di fumetto e due disegni sui protagonisti” [cit. Alberto Petrosino]

In aggiunta, dal punto di vista di un editor, è più convincente un progetto strutturato o un abbozzo di progetto?
*SMILE*
Per quel che riuscimmo a vedere (dalle nostre sedie) ogni partecipante posava una buona mole di materiale su quel tavolo.

 

  • SI, i progetti si presentavano più definiti, in termini di prodotto finale.

Numero di volumi, formato, quantità di tavole.
Tutto era stato maggiormente ponderato rispetto a noi. Ad aver aiutato i finalisti in questo sviluppo di sicuro è stato anche l’aver prodotto più materiale, non per forza in termini di tavole concluse, ma anche coi soli storyboards e con la sceneggiatura.

 

  • NO, non eravamo solo noi ad essere in deficit sull’analisi di mercato.

I giudici, a quasi tutti i partecipanti, fecero domande spinose sulla natura profonda del progetto presentato: domande più che corrette, sia per valutare quanto gli autori avessero chiaro ciò che proponevano, sia per considerazioni loro di natura commerciale.

Provo a riassumere il punto:

“Il progetto deve essere inquadrato correttamente in un genere (fantasy, horror, etc…) e destinato ad uno specifico target di utenze (bambini, adolescenti, adulti, gruppo sociale). Genere e target devono poi essere comparati con la richiesta attuale dei mercati (nazionali e non).
Definito il mercato, si può valutare allora la forma del prodotto, in termini di formato, numero di pagine, numero di volumi, rilegature, etc…”.

Avevamo fatto queste considerazioni noi? NO.
E gli altri finalisti? In pochi, e in parte. Eravamo comunque tutti alle prime armi.

 

Di fatto, già queste considerazioni (non le uniche) furono un’importante lezione, quello che proprio andavamo cercando.

 

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(Il progetto vincitore, da comprare non appena esce).

 

Terminata la finale e proclamato il vincitore (autore davvero di talento con un progetto originale e coi controcazzi) riuscimmo ad avvicinare i giudici (molto gentili e disponibili) nella speranza di carpire preziosi suggerimenti per perfezionare I Misteri di Onirica, scoprendo invece che:

  • NO, non avevano assolutamente visionato il nostro Progetto.

Avete capito bene.
I giudici della finale non sapevano niente sul nostro lavoro. Scoprimmo solo in quella sede (alla finale del concorso) che i 3 editor che dovevano decretare il vincitore erano chiamati solo a valutare i progetti finalisti.

La domanda fu spontanea: ma chi (cazzo) ha selezionato allora i progetti finalisti?
(Venirne a conoscenza così non fu per noi molto piacevole).

Molto probabilmente qualcuno facente parte dell’organizzazione della fiera…
In ambito “concorsi” però sono dell’idea che sopra a tutto debbano troneggiare le parole chiarezza e trasparenza.
Mi sarebbe piaciuto sapere fin da subito l’iter della selezione. Il bando di concorso invece cita “una giuria composta da professionisti del settore” e riporta, ad evento concluso, i nomi dei 3 editor che hanno valutato i finalisti. Nessuna menzione quindi alla seconda giuria che ha scremato i “più di 200” progetti partecipanti. Tanto meno i nomi (e le professioni).

Ebbene sì, sto facendo di nuovo polemica, ma solo perché non riesco a zittire la mia voce interiore che urla “CORRETTEZZA sempre e comunque” con la stessa determinazione di Rorschach quando dice “Nessun compromesso, neanche di fronte all’Apocalisse!”

Che poi in realtà, io, a questa Second Secret Jury (in inglese per donarle quell’autorevolezza che nemmeno la fiera le ha riconosciuto) non ho davvero da contestare niente, perché…

 

perché finito completamente l’evento, andammo a vedere la mostra con i progetti finalisti in esposizione e dovetti ammettere che scelsero davvero bene!

Ognuno di questi proponeva una scelta grafica unica, che per quanto alcune potessero sembrare semplici, erano però chiare. E soprattutto riconoscibili (un termine importante per un editore e nell’ambiente).
Vedere i lavori selezionati ci fece riflettere dunque proprio sulla grafica del nostro progetto.
Ad aiutare loro (e a remarci contro, al tempo) probabilmente fu proprio il nostro neo-team, perché:

  • SI, il numero dei partecipanti al progetto può essere determinante. Mi spiego meglio.

Quando più persone collaborano, per poter far emergere i pregi di tutti è necessario che il lavoro sia corale. L’individualità si deve amalgamare (bello amalgamare!) nel collettivo.
Altrimenti potrebbero emerge i difetti individuali.

Purtroppo non eravamo ancora perfettamente sincronizzati, non solo operativamente parlando, ma anche come mentalità. Avevamo dato il 150% di noi stessi affinché il nostro lavoro individuale fosse il migliore possibile, senza pensare però al lavoro del compagno, a cosa lo avrebbe invece potuto aiutare.

Quel che c’è di bello nel lavoro di squadra è che talvolta si può rendere all’80% e il lavoro finale può essere comunque del 200%.

Se non si è in grado di fare ciò allora potrebbe essere preferibile lavorare individualmente (quello che la maggior parte dei finalisti ha fatto).
Io creatore, io sceneggiatore, io disegnatore, io colorista: so cosa devo raccontare, cosa devo disegnare per farlo, come devo colorarlo per esprimerlo al meglio. Il mio impegno al 150% alla fine emerge.

SAD but TRUE story (ad ora stiamo infatti lavorando anche su questo).

 

Dunque, to concluse, la finale del Project Contest è stata per noi una grande opportunity al fine di comprendere our limits e per trovare spunti di improvement, so that we could restart after la prima battuta di STOP!

Stavo incominciando a scrivere in inglese perché la mia mente era già proiettata verso il prossimo post dove,

 

MEANWHILE,

IN THE UPSIDE DOWN…

(un Nerd che di questi tempi non capisce la citazione dovrebbe curarsi con una bella dose di Stranger Things)

 

(Continua…)

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