UN’ORDALIA AL BUIO. (Seconda parte)

di Alberto Petrosino

22' di lettura

Se pensavi di essertela scampata sbagliavi di brutto, amico mio.

Ebbene sì, adesso ti tocca

Come dici? Non capisci di cosa sto parlando?

Molto bene: asseconderò questo tuo tentativo di ritardare l’inevitabile fingendo di crederti… ne riparleremo alla fine…

 

Torniamo dunque al motivo per cui siamo qui, e al perché ci sta scritto “Seconda parte” sotto al titolo di questo contenuto.

L’ultima volta ci siamo lasciati sul più bello, proprio nel momento in cui, in un attimo di scellerata pazzia, ho deciso di indire una nuova sfida alla corte de “Il Mecenate” (se non sai di cosa sto parlando clicca qui: Un’ordalia al buio.).

Se sei stato attento, ti sarai reso conto che in questi giorni qualcosa ha cominciato a muoversi… seguendo l’eco delle fanfare, l’ordalia si è spostata sulla pagina Facebook di iMaecenas ed ha portato ad una “scaramuccia” preliminare tra i valorosi autori che hanno accolto il guanto di sfida.

Primo step di questa follia era raffigurare il Character Design del protagonista del romanzo IL BUIO DENTRO, di Antonio Lanzetta, edito da LA CORTE EDITORE.

Nel precedente contenuto ti ho fornito una breve biografia di Antonio (che ringrazio ancora per averci permesso di giocare un po’ con la sua storia), e la quarta di copertina del suo libro aggiungendo la breve descrizione di Damiano Valente, il protagonista della vicenda.

Andando a svelarti i nomi dei tre autori che si sono prestati a mettere in mostra le proprie capacità ti fornirò di nuovo anche la loro personale interpretazione del personaggio, in attesa di entrare nel vivo della pugna…

Dei tre disegnatori che hanno accettato di mettersi alla prova due sono già tue vecchie conoscenze: parlo di Alessandro Squadrito – fondatore di iMaecenas e disegnatore del progetto “I Misteri di Onirica” e del web comic “Xolot” (qua puoi trovare la sua vetrina: Comix 4 Life) – e di Vito Coppola – disegnatore del progetto “Era nell’aria…” arrivato finalista al Project Contest 2017 di Lucca Comics (se vuoi conoscerlo meglio vai a dare un occhio qui: È tutto un like).

La new entry è Giovanni Luisi. Ora, prima di fornirti una sua breve biografia, vorrei soffermarmi un istante a scrivere un paio di righe a riguardo (sì: questa vetrina è mia e ci scrivo un po’ quello che mi pare!).

Giovanni è una di quelle persone a cui sento di dover dire grazie dal profondo del cuore. E non solo perché quando entrai per la prima volta nel suo negozio di miniature Fantasy, circa 20 anni fa, mi accolse con un sorriso gentile e la battuta pronta come sempre, ma anche e soprattutto perché quel giorno mi tese la mano e accettò implicitamente di accompagnarmi come un vero e proprio mentore attraverso un lungo percorso di crescita ludica, formativa e umana che, non ho paura ad ammetterlo, ha contribuito a farmi diventare la persona che oggi sono (oh, quindi se volete rifarvela con qualcuno sapete da chi andare…).

Comunque, superando con un bel balzo il momento “ricordi strappalacrime”, vi lascio alla breve biografia di Giovanni, sicuro che essa non basterà a farvi capire che persona meravigliosa si nasconde dietro a queste poche righe:

 

Nato a Livorno il 2 Settembre del 1966, Giovanni Luisi inizia a leggere a 6 anni sui fumetti della Bonelli, in particolare Tex e Zagor, e prosegue poi  divorando altri fumetti, in particolare quelli di Supereroi della Corno degli anni 70. A dodici anni vede al cinema “Il Signore degli Anelli” di Ralph Bakshi e da allora inizia a collezionare tutto ciò di rintracciabile esistesse all’epoca del Sommo Vate di Oxford. Da adolescente scopre l’arte di John Buscema e inizia a copiarlo pedissequamente in tutte le sue forme. Giunto in età universitaria si laurea in Storia Contemporanea all’Università di Pisa, divenendo contemporaneamente fanatico di Lloyd Alexander, Fritz Leiber e soprattutto Robert E. Howard. Finisce a lavorare vendendo miniature fantasy per Warhammer Fantasy e appassionandosi ai nuovi classici, quali David Gemmell, Brandon Sanderson e Joe Abercrombie. In tarda età frequenta la Scuola del Fumetto di Reggio Emilia, dove conosce e inizia a venerare quelle sagome di Elia Bonetti, Michele Benevento e Andrea Accardi nella parte disegno, e Matteo Casali per quello che riguarda la sceneggiatura. È amico virtuale di Faccialibro di mostri sacri come Stefano Andreucci, Michele Rubini, Giuseppe De Luca e Marco Foderà.

 

Ed adesso eccovi la prima carrellata dei lavori prodotti da Alessandro, Vito e Giovanni, in attesa che arrivi il momento clou di questo contenuto (sì, lo so che stai cominciando a fremere d’impazienza per ciò che ti sto riservando nel gran finale… o forse è “terrore” perché hai capito cosa voglio mostrarti?)

 

DAMIANO VALENTE: LO SCIACALLO
CHARACTER DESIGN (POSA IN FIGURA INTERA)

 

 

E adesso, se sei pronto, incamminiamoci nei meandri veri e propri dell’Ordalia.

La mia intenzione principale, come già ti ho detto l’ultima volta, era quella di tentare la trasposizione in sceneggiatura per un fumetto di un momento del romanzo di Antonio Lanzetta. Ho scelto di raccontare una parte fondamentale della storia, ovvero quella che potremmo identificare come il suo incipit.

Ho provato, e spero di non aver combinato un mezzo disastro, a racchiudere le prime pagine de IL BUIO DENTRO in due sole tavole. Non avendo molto spazio a disposizione per raccontare ciò che nel libro viene narrato attraverso varie pagine di testo, ho deciso di puntare sul forte impatto visivo di un istante ben preciso che potrebbe permette ad un eventuale lettore di catapultarsi direttamente all’interno della storia. Come potrai notare ho fatto delle scelte, eliminando un personaggio e modificando leggermente il dialogo… divertiti a scoprire le differenze…

Comunque, in attesa di vedere cosa combineranno i nostri tre prodi disegnatori nei prossimi giorni (ebbene sì, dovrai restare incollato a questa vetrina per un altro contenuto almeno) ti lascio le pagine di testo che ho preso come riferimento (gentilmente concesse da Antonio Lanzetta), e la mia trasposizione in sceneggiatura. Proprio come te (e Antonio, ovviamente) anche io sono curioso di scoprire in quale modo i disegnatori interpreteranno la mia visione delle cose.

Se poi ti senti abbastanza forte (e non hai mangiato da poco) da proseguire una volta letta la sceneggiatura, potrai trovare i miei ECCEZIONALI MerdoStoryboard alla fine del contenuto (Sì! Sì! Sì! Sono tornati!). Ricordati solo di maneggiarli con estrema cautela, e non in presenza di minori (le reazioni collaterali potrebbero risultare disastrose…)

 

IL BUIO DENTRO

 

I

OGGI

Gli occhi della ragazza lo fissavano attraverso il velo di moscerini che le ricopriva la faccia. Le iridi blu erano vasi di vetro riempiti dall’orrore e dalla paura.

Damiano Valente avvertì una fitta alla gamba. Il dolore risalì come un fiume fetido dal femore fino alla pancia, gli riempì lo stomaco e lui vacillò. Strinse la presa sul bastone e le nocche sbiancarono. Il flash di una reflex illuminò la corteccia livida del salice. I rami nodosi emergevano dalle rovine di una costruzione di pietra. Le mura erano nere, divorate da muschio e rampicanti, il tetto sfondato. Damiano osservò i ruderi, poi quel vecchio albero maledetto, e rabbrividì. Gli era tremata la voce quando il commissario De Vivo aveva telefonato per avvisarlo. Aveva chiesto di ripetergli il punto esatto in cui l’avevano ritrovata, perché non riusciva a crederci.

Era in cucina quando il telefono aveva squillato. Si era appoggiato contro il frigorifero, aveva provato a controllare il respiro sperando che passasse. Era convinto che se avesse chiuso la chiamata e fosse strisciato fino al suo studio, facendo finta di niente, tutto sarebbe tornato al suo posto.

Valente, sei ancora lì?

La voce distorta di De Vivo gli aveva ricordato che il passato non si arrendeva. Potevi andare avanti, provare a far funzionare la tua vita al meglio, spingere i ricordi in una cantina e spegnere la luce.

Lasciare che il buio facesse il resto. Il passato trovava sempre il modo di far pagare i debiti.

«Chi è stato a trovarla?» chiese.

La ragazza non smetteva di guardarlo. C’era rimprovero in quegli occhi, un’accusa per qualcosa che lui conosceva e avrebbe potuto evitare. Damiano affondò una mano nella tasca dell’impermeabile, afferrò la scatola di mentine e l’agitò. Il rumore delle pillole gli diede conforto. Fece scattare all’indietro il coperchio con il pollice, se la portò alla bocca e mandò giù una pasticca di morfina. Sollevò di scatto la punta del bastone dal fango e l’agitò davanti al naso della giovane. Gli insetti, che vorticavano su una voglia di sangue secco, si dispersero per poi ritornare in uno sciame compatto.

Una nube che corrodeva i tessuti.

«Un escursionista.» Il commissario De Vivo si mise una sigaretta tra le labbra ma non l’accese. «Ieri stava percorrendo la vecchia via del mercato nero quando l’ha vista.»

«Come mai siete arrivati soltanto oggi?» Damiano ascoltò inorridito il tono della propria voce. Le cicatrici correvano lungo il lato destro della sua faccia fino al labbro. Carne gonfia e lucida che gli tirava la bocca di lato dando alle parole il suono viscido della morte.

Il suono di qualcosa che doveva essere sepolto sotto la dura terra e invece era ancora lì. Un corpo spezzato che si trascinava in mezzo ai vivi.

Il poliziotto allargò le braccia. «È un tedesco, un mezzo hippie fissato per la natura. Non aveva il cellulare, ti rendi conto? È dovuto scendere fino al paese. Era buio, pioveva, e credo si sia cagato addosso. La gente ci ha messo un po’ a capire che cazzo voleva.

Abbiamo dovuto far venire un interprete per interrogarlo.»

«Immagino.»

«Vuoi parlarci?»

Damiano fece una smorfia. L’occhio destro gli lacrimava. Avrebbe voluto strapparselo e buttarlo in mezzo agli alberi, ma si limitò ad asciugarsi con la manica dell’impermeabile. Puntellò il bastone nel terreno, spostò il peso del corpo sulla gamba buona. Il sole stava per tramontare e l’umidità gli entrava nelle ossa come pugnalate.

La parte peggiore però doveva ancora arrivare. Contrasse gli addominali e sbuffò nell’inginocchiarsi. Sentiva lo sguardo di De Vivo addosso, la commiserazione di uno che stava guardando uno storpio provare a essere normale, e fece affidamento sul poco orgoglio che gli restava per non sembrare un miserabile. La borsa era lì, poggiata ai suoi piedi. La sfiorò con la punta delle dita, sentì il cuoio ruvido contro i polpastrelli, in un gesto che aveva visto fare a suo padre migliaia di volte prima di lui.

«Sei il primo giornalista che vedo portarsi dietro una ventiquattro ore» affermò De Vivo, lanciandogli un’occhiata divertita, e lui si limitò a scrollare le spalle. Trovava quell’ironia irrispettosa nei confronti della ragazza. La gente aveva sempre pensato che lui fosse un tipo strano. La cosa non lo sorprendeva. Damiano Valente, il secchione. Il frocio dalla lingua biforcuta. Con il tempo, aveva smesso di fare caso a quello che dicevano sul suo conto. Si era convinto di essere davvero un tipo strano.

Era arrivato sul posto appena aveva saputo, prima ancora del medico legale, che adesso lo fissava tenendosi a distanza. Lui era lo Sciacallo e le notizie di cronaca nera gli appartenevano. Era la sua caccia, una spasmodica ricerca dei fatti che lo aveva portato fino a quel corpo. Si sforzava di mostrarsi impassibile, distaccato, ma non riusciva a darsi pace. Sentiva qualcosa nella pancia, come se dei vermi gli stessero mangiando le interiora, e sperò che la morfina facesse subito effetto.

Intorno al salice, gli uomini della scientifica scattavano foto e marcavano reperti, muovendosi con cautela nelle tute bianche, più simili a fantasmi che a persone. Il coroner fece un colpo di tosse e infilò i guanti in lattice.

Un vento gelido sibilò tra i tronchi, scosse le foglie e le gambe della ragazza oscillarono. Era nuda, appesa a un ramo per i polsi con del filo spinato. Rivoli di sangue nero e fango le segnavano le braccia fino alle ascelle. C’erano segni di morsi su un seno, il corpo era una cartina geografica di lividi e ferite. La testa della vittima era poggiata sul terreno, tra i suoi piedi e le radici sporgenti del salice.

«Cristo, sembra uno scheletro.» Il commissario De Vivo si avvicinò al cadavere e le foglie scricchiolarono sotto i suoi piedi.

Denutrita è la parola giusta.

Damiano era madido di sudore. Faceva freddo, ma lui stava sudando.

I capelli incollati alla fronte e la camicia come un secondo strato di pelle. Agitò la scatola delle mentine, cercando conforto nel rumore delle pasticche che sbattevano contro le pareti del contenitore.

Il dolore lo uccideva, ogni giorno di più, e quella roba era l’unica cosa che gli permetteva di reggersi in piedi.

La ragazza si mosse e Damiano sbarrò gli occhi. Una vibrazione nei rami. Il fremito impercettibile delle gambe, come la coda mozzata di una lucertola che si agitava nell’aria.

Un’allucinazione. Nient’altro che un’allucinazione.

Lo Sciacallo cercò di afferrare i pensieri che gli turbinavano in testa. Era come se il tempo passato a leggere i vecchi articoli di giornale e a guardare foto ingiallite del 1985 avesse condizionato la sua mente. I ricordi si erano trasformati in qualcosa di concreto.

Quell’ossessione era reale e odorava di morte.

«Ne hanno già ammazzata una in questo modo.»

La voce gli giunse alle orecchie distorta. Un’eco amplificata che gli bucò il cervello.

Damiano si voltò. Chi aveva parlato? Una coltre scura gli era calata davanti agli occhi. Non riusciva più a distinguere i volti delle persone, c’erano solo macchie di colore e sagome. Poi vide le bambole.

A decine, corpi di plastica sospesi a mezz’aria. Erano nude e impiccate ai rami. Lo fissavano con occhi vuoti, studiando i suoi movimenti. Registrando le sue reazioni a quel messaggio che qualcuno aveva lasciato per lui.

La ragazza era immobile. Una statua di morte.

«Che stai dicendo, Rizzo?» la voce di De Vivo era roca, le parole mischiate al catarro.

«Commissario, tu non sei di queste parti, vero?» Il medico legale sfiorò una gamba della vittima. «Trovarono una donna su questa montagna, forse trent’anni fa. Era scomparsa da settimane. Sono cresciuto a Salerno, ricordo bene il telegiornale…»

«Era l’estate dell’85.» Damiano sentì il ronzio del sangue nelle orecchie. Respirò piano e strinse le palpebre. Non gli restava molto tempo prima che arrivassero gli altri.

Adagiò il bastone sul terreno, fece scattare i lucchetti dorati e aprì la valigetta il tanto che bastava per prendere un guanto in lattice. Lo infilò sotto lo sguardo del coroner.

«Che cosa ha intenzione di fare?» chiese il medico, ma Damiano fece finta di non sentire. Lui doveva toccarla. Doveva sentire la vittima, appropriarsi del dolore che l’aveva straziata.

«Dottore, stia calmo.» Il tono di De Vivo era imbarazzato.

«Calmo? Chi è questo individuo? Io posso rovinarvi…»

Le parole dei due uomini rimbalzavano da un tronco all’altro. La morfina prese a circolargli in corpo e Damiano rilassò i muscoli del collo. Le voci divennero un rumore di fondo, il riverbero di una comunicazione lontana. Liberò il viso della ragazza da una ciocca di capelli. I suoi occhi non smettevano di fissarlo. Avvertì un formicolio alla punta delle dita, un calore che scivolò sotto le unghie, arrampicandosi lungo il braccio fino alla spalla.

Lo Sciacallo pensò a lei, un attimo prima di morire, incapace di distogliere lo sguardo dal volto del suo aguzzino. Impotente e senza possibilità di sottrarsi all’orrore, e provò pena. Ricambiò quello sguardo vitreo per un ultimo istante, poi le abbassò le palpebre.

Non c’era più nulla di cui aver paura. Era rimasto solo il freddo.

«Conoscete il suo nome?» grugnì e le voci intorno a lui tacquero.

«No. Nessuno denuncia di scomparsa, almeno di recente.» De Vivo si tolse la sigaretta dalle labbra, la punta stretta tra indice e pollice, il filtro rivolto verso l’alto. «I cani hanno trovato i vestiti sepolti in una buca lungo il sentiero, in mezzo a quelle bambole del cazzo. A parte questo, ancora nulla. La scientifica si spaccherà la schiena a cercare qualcosa. Deve arrivare altra gente da Napoli. Ho fatto diramare un comunicato alle Questure. Cristo, quanti anni aveva secondo te?»

«Quindici, o forse meno» rispose Damiano. La stessa età che aveva Claudia.

Sollevò il mento e osservò il moncone slabbrato che adesso sostituiva il collo della vittima. Gli insetti si esibivano in una danza macabra sopra i pezzi di pelle morta e i frammenti della spina dorsale esposta. La scientifica aveva avviato un generatore d’energia da campo. Il suono cadenzato della macchina riempiva la foresta.

«L’ha presa qualche settimana fa. Forse un mese, considerando quanto sia magra.» Damiano faceva fatica a parlare. La gola era secca, migliaia di spilli infilati nella trachea. Il coroner ricordava bene.

Il passato non muore mai per davvero.

Sollevò un braccio e indicò la caviglia destra della ragazza. «Lo vedete questo segno?»

«Catene» affermò De Vivo e il dottor Rizzo annuì.

Damiano guardò il commissario come se si accorgesse di lui per la prima volta. Era un ottimo agente, pensò. Alto, la corporatura massiccia che si intravedeva da sotto il parka, le guance arrossate dal freddo. Un poliziotto esperto che si era fatto le ossa tra i vicoli di Napoli. Ma qui non si trattava di delinquenti comuni. Non c’erano soldi e potere a giustificare le azioni. E si domandò se l’agente fosse in grado di comprendere le infinite sfumature del male.

«Ha giocato con lei per un po’, fatto quello che voleva, poi l’ha portata qui.» Studiò un uomo della scientifica curvo su un cespuglio, poi scosse il capo. «Non troverete nulla. Nessuna fibra o ramo spezzato.

Niente che lui non abbia voluto farvi vedere.»

«E tu che ne sai?»

«È così che ha fatto nel 1985. Il dottore ha ragione.»

Damiano richiuse la sua ventiquattrore. Il block-notes e la penna rimasero al loro posto, non aveva necessità di prendere appunti.

Aveva tutto già scritto nella testa. Fece forza sul bastone per rialzarsi e il pomello gli scavò un solco nel palmo della mano. Il cuore gli martellava nel petto, poteva sentire il rimbombare cupo del sangue nelle orecchie manco avesse fatto uno scatto da velocista. Eppure c’era stato un tempo in cui era stato il più veloce. Un tempo in cui aveva avuto entrambe le gambe buone e amici in cui credere. Un tempo in cui aveva conosciuto l’amore e sentito l’alito gelido della morte sulla faccia.

«E tu che ne sai? Eri un ragazzino nell’85.» De Vivo piegò il capo di lato, si grattò una cicatrice che gli tagliava il mento. Al suo fianco, il medico legale lo guardava a bocca aperta. C’erano delle briciole di brioche attaccate ai baffi.

Damiano non rispose. Non ci avrebbero messo molto a capire quello che intendeva. La sua famiglia era andata in pezzi nell’estate del 1985. Zoppicò intorno al cadavere, scansò le gambe della ragazza con un braccio e si avvicinò all’albero. Sotto la corteccia, c’era un messaggio per lui. Scorreva nella linfa nera di quel salice.

Il bosco adesso sembrava vivo. Il sole era scivolato dietro la cresta della montagna e nel cielo era apparso il volto butterato della luna.

Le luci alogene montate dalla polizia si accesero, respingendo le ombre nella parte più fitta della vegetazione.

Sulla montagna, vicino alla cascata, oltre il paese, Castellaccio, c’era quell’albero. Un salice solitario, radici sporgenti macchiate di sangue e rami contorti su cui appendere corpi.

Una vita fa. Una ragazza senza testa.

Lei. Claudia. La prima.

Lui conosce questi posti. Fa parte di loro come i vermi che scavano il terreno, come la luce della luna sulle rocce, come l’odore di resina e il cinguettare degli uccelli.

«Che cosa intendi, Valente?» insistette De Vivo.

«Controlla gli archivi, Ernesto. I mostri non muoiono mai» rispose lo Sciacallo. Raccolse il bastone e lo puntò verso il sentiero da dove era venuto. Presto sarebbero arrivati i suoi colleghi e non voleva farsi trovare. Si mosse, un piede davanti all’altro, la ventiquattrore stretta nella mano.

 

Ed ecco la sceneggiatura di questo “momento” nerissimo… divertiti a trovare le differenze con la parte di narrativa (perché ce ne sono molte).

 

SCENEGGIATURA:

 

TAV 1: Esterno-Notte-Bosco

Vig 1: Striscia. PRIMO PIANO su due mani di donna al centro della vignetta. Le mani sono legate tra loro all’altezza dei polsi (la cornice bassa della vignetta non permette di vedere oltre), e sono appese a un cavo di filo spinato. Il cavo scende dalla parte alta della vignetta (è a sua volta legato a qualcosa che non si vede). Le dita delle mani sono sporche, con le unghie spezzate. Ai lati delle mani sembrano scendere dall’alto della vignetta i rami tipici di un salice. In sottofondo è buio.

DIDA (alto sinistra): ne hanno già ammazzata una in questo modo…

DIDA (basso sinistra): …trovarono una donna su queste montagne. Era scomparsa da settimane…

Vig 2) Striscia. PRIMISSIMO PIANO sugli occhi aperti di una donna. Gli occhi sono spalancati e vitrei (sono gli occhi di una morta). L’inquadratura cattura solo la striscia di volto degli occhi, con la curva del naso, una piccola porzione di fronte e le sopracciglia scure. Ai lati della vignetta si intravedono i capelli neri. Sulla pupilla destra (ovvero alla sinistra della vignetta), sta camminando una mosca. Un’altra mosca si trova sulla fronte. Sotto gli occhi ci sono occhiaie scure.

DIDA (alto sinistra): …sono cresciuto a Salerno. Ricordo bene il telegiornale.

DIDA (basso destra): Sì. Era l’estate dell’85.

Vig 3) Striscia. PRIMO PIANO, frontale, sul volto di DAMIANO VALENTE. Sta guardando verso di noi. La parte destra del viso è butterata dalle cicatrici: la curva delle labbra tirata a causa della vecchia ferita, dall’occhio guasto (spalancato in modo innaturale rispetto all’altro) scende una lacrima. I capelli sono appiccicati alla fronte a causa del sudore. In sottofondo è buio.

DIDA (alto destra): Inutile cercare. Non troverete nulla. Niente che lui non voglia farvi vedere.

DIDA (basso sinistra): E tu che ne sai?

Vig 4) Striscia. PRIMO PIANO (o CAMPO MEDIO) su due gambe di donna nude, frontali, sporche e ferite. La vignetta è come se fosse il proseguo della Vignetta 1. Le gambe penzolano nell’aria (il corpo è appeso). L’inquadratura mostra le gambe da metà polpaccio alla punta dei piedi. Si deve capire che sono sospese nell’aria. All’altezza delle caviglie si distinguono i segni lasciati da catene strette a sangue. Degli ematomi costellano la pelle. Nell’aria ronzano le mosche (una mosca cammina sul piede sinistro). Ai lati, come in vignetta 1, si vedono scendere i rami del salice (sarebbe bene che il numero di rami e la posizione fosse la stessa in entrambe le vignette). In sottofondo è buio.

DIDA (centrale destra): è così che ha fatto trent’anni fa.

 

 

TAV 2: Esterno-Notte-Bosco

Vig 1: SPLASH. TOTALE. AL VIVO.

In quinta sinistra si vede una porzione del tronco del salice bianco, che segue tutta la lunghezza della vignetta quasi a farne la cornice sinistra. In alto i rami del salice si allungano verso destra, formando la cornice alta della vignetta e piegandosi poi verso il basso. In basso, che affiorano dal terreno, si vedono le radici del salice.

Centrale, appeso per i polsi tramite il filo spinato ad un ramo del salice, si vede il corpo nudo di una donna che penzola nell’aria (è lo stesso di vignetta 1 e 3 di tavola precedente). Lo vediamo da dietro, come se ci trovassimo alle sue spalle. La pelle della donna è costellata da lividi e ferite, e la testa è stata mozzata dal corpo. Direttamente sotto al corpo penzolante, poggiata sul terreno, si vede la testa della donna (si vede di ¾, quindi si distingue a malapena il volto). Tutto attorno al corpo e alla testa volano le mosche.

Sempre centrale, in sottofondo rispetto al corpo e chinato vicino alla testa, c’è un carabiniere in uniforme. È piegato sulle gambe, con il braccio sinistro poggiato al ginocchio. Sta guardando verso la testa e la illumina con una torcia che regge nella mano destra. Alla sinistra del carabiniere piegato ce ne è uno in piedi, visto frontale, che sta fotografando la scena. Alle spalle dei due carabinieri si intravede un rudere in pietra: una bassa costruzione dal tetto sfondato, le cui pareti sono ricoperte da piante rampicanti.

Sulla destra della vignetta vediamo DAMIANO VALENTE in piedi, appoggiato al suo bastone (lo tiene con la mano destra), vestito con l’impermeabile. Sta guardando verso il corpo. Ai suoi piedi si vede una valigetta 24 ore chiusa.

Alla sinistra di DAMIANO VALENTE, anche lui in piedi, c’è un commissario dei carabinieri. Ha entrambe le braccia poggiate ai lati del corpo e sta osservando la testa mozzata. In bocca tiene una sigaretta spenta.

INSERT 1: “MEZZO BUSTO” sul corpo della donna visto frontale (leggermente dal lato destro). SI vedono le braccia che vengono tagliate dalla cornice alta dell’insert poco sotto ai polsi (come se fosse il proseguo visto da più lontano di vig 1 di tavola precedente), il moncherino là dove manca la testa mozzata, il seno nudo e una porzione di sterno. Il sangue incrostato che è sgorgato fuori dalla ferita è scivolato giù a macchiare la pelle fino sotto le ascelle. Sul seno destro si vedono i segni di un morso. Lividi e escoriazioni un po’ ovunque. Le mosche volano nell’aria.

INSERT 2: PRIMO PIANO (questa volta frontale) sulla porzione di corpo che va da poco sotto lo sterno alla parte superiore della coscia. Si vede il ventre della donna, evidentemente magra e denutrita, e il pube. Lividi e escoriazioni un po’ ovunque. Ancora mosche.

INSERT 3: PRIMISSIMO PIANO sul volto di DAMIANO VALENTE (visto dal lato sinistro, quindi non da quello con le cicatrici). Sta guardando leggermente verso l’alto (ovvero punta verso INSERT 1).

INSERT 4: PRIMO PIANO sul viso del commissario dei carabinieri visto frontale. Sta guardando verso la testa mozzata. Ha la sigaretta spenta che gli penzola dalle labbra.

INSERT 5: PRIMO PIANO sulla testa mozzata della donna. La testa è appoggiata al suolo, dritta. Gli occhi sono spalancati e vitrei, i capelli scuri e sporchi appiccicati ai lati del volto. Dalla bocca aperta si vede la lingua. All’altezza del collo si vedono dei brandelli di carne ed il terreno è sporco di sangue rappreso. Ha un livido scuro sulla guancia destra, e un paio di mosche che le camminano sul viso.

 

ATTENZIONE! MANEGGIARE CON CURA…

Ed ora, dato che ti senti così furbo da sfidare le mie capacità, beccati ‘sti MerdoStoryboard tutti per te!

Queste bozze servono a me per capire se ciò che ho immaginato può essere disegnato a grandi linee, e per sviluppare in seguito la stesura della sceneggiatura… Sono bozze! Quindi smettila di ridere se fanno pena (che comunque, dicendocelo chiaramente, non è che sarei in grado di fare tanto meglio…)

 

 

Se sei sopravvissuto all’orrore ti do appuntamento al prossimo contenuto, nel quale troverai i disegni di Alessandro Squadrito, Vito Coppola e Giovanni Luisi!

 

CONTINUA…

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